18. Mai 2012
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- Ho un problema di coppia.
- L'hai tradito?
- Sì.
(anonimo)


I don't see the future. I go into the future.
Ci vado con le gambe del presente e le spalle del passato.
Che cos'ho in questo momento nelle mie mani?
Ho una relazione.
Fa soffrire il tradimento?
Sì.
Che cos'è che fa soffrire?
Tradire o essere traditi sono le due facce della stessa medaglia.
Per me che tradisco, il nascondersi con la paura di dirlo, per la paura di perdere l'altra persona. Ma per fortuna ho da qualche parte il coraggio di mostrarmi per ciò che sono e lo tiro fuori. Per chi è tradito, è la paura che io mi si senta meglio con un altro più che con lui, che mi allontani, fino a perdermi. Che è la stessa identica paura che mi ha spinto a tradire: per mettere le cose in regola, per provare in prima persona se veramente ci si può allontanare. E la risposta è che no, il tradimento non mi ha fatto allontanare.
Ma mi ha fatto soffrire l'idea della mia incapacità a gioire della gioia dell'altro, se non centra con me. Che è la stessa di chi soffre per essere stato tradito.
Il sospetto che se l'altro a un dato momento si mostra più distaccato, deve avere per forza qualcun'altra con cui si sta divertendo, più che con me. Nella mia testa c'è sempre il pericolo in agguato: qualcuna più affascinante, più "formosa", più questo o quest'altro... qualsiasi cosa. Ed è lì che scatta il controllo sull'altro e l'ipersensibilità ai suoi movimenti. Non è possibile per me essere contenta se l'altro si gode un momento in intimità con qualcun'altra. Ma perché? Considero l'altro un oggetto che mi appartiene, che mi deve essere fedelmente attaccato: mi ha scelto, quindi deve essere coerente con questa scelta, deve stare con me, non deve pensare ad altre che a me. Anche se so che la realtà non è mai così.

Se si lascia andare la sofferenza, che cosa si vede?
Si vede con la lente della sicurezza in me stessa.
Desidero vivere i miei desideri. E piuttosto preferisco lavorare sulla mia gelosia, lasciando che l'altro sia libero come me. Questo è il punto di partenza che può cambiare molte cose.
Nasco ed ho una figura importante, la madre, che si prende cura di me.
Se questa figura, come la definisce Winnicot, è "sufficientemente buona", acquisisco fiducia nel mondo, vado avanti convinta che la vita valga la pena di essere vissuta.
Altrimenti le mie aspettative sul mondo sono misere e annaspo anche in tutte le successive relazioni, se non imparo ad avere fiducia in me stessa e nella vita. Mi sentirò sempre in gabbia, sempre impotente, sempre soffocare.
I sentimenti e i pensieri negativi provengono dal calo della sicurezza in me stessa.
Cerco allora conferma all'esterno, nel partner, ad esempio.
Non ricevo questa conferma nemmeno dal partner e allora vado in crisi profonda.
Cerco allora una conferma in qualcun altro, che mi dà sicurezza, che mi fa sentire desiderata, e così recupero la mia autostima e mi sento meglio. È meraviglioso provare passione anche per una persona che non è quella con cui sto costruendo un rapporto "privilegiato", ma che pure conosco, mi affascina, mi colpisce e mi fa stare bene.

Che cosa c'è di sbagliato?
È sbagliato fare le cose in modo precipitoso, senza riflettere. Senza sapere dove si sta andando e il perché. Ma non è facile individuare a priori le proprie dinamiche interne. Prendo per buona la logica che trovo al momento, che può giustificare le mie azioni e non mi concedo di aspettare ancora qualche giorno, per vedere se questa logica resiste ai cambiamenti di prospettiva dei giorni seguenti, in cui magari il bisogno sotteso a quella logica si affievolisce e riesco ad osservare la realtà girandola come una sfera nelle mie mani.
Il calo di sicurezza è come un impeto cieco ad agire, a ristabilire l'equilibrio, costi quel che costi.
La ricerca di un'altra persona, in quel momento non è una ricerca libera, ma forzata da un bisogno. Quando cerco qualcuno, che sia il partner o un altro, per colmare un mio bisogno, non è più un incontro di due libertà: è l'incapacità a volermi bene, a prendermi cura di me dal mio interno.
Perché non mi apprezzo, non mi coccolo? Perché mi sento sola?
Perché il passaggio dallo stile dell'attaccamento, quello originario, con la figura materna, a uno stile mio individuale più maturo e stabile, causa anch'esso sofferenza.
La prima a sentirsi tradita, quando un figlio cresce e si distacca, è la madre.
Se la madre mi fa percepire più la sua sofferenza per questo distacco, rispetto alla gioia di lasciarmi andare libera nel mio futuro, io mi sento in colpa rispetto alla sua sofferenza e mi blocco nel mio processo naturale di crescita della mia autonomia e della mia capacità di prendermi cura di me stessa.
Cerco rifugio nel passato e sviluppo una personalità dipendente.
Spesso, dietro la relazione di coppia, c'è un legame di dipendenza reciproca, lo stesso instaurato con la madre, che per comodità chiamo sentimento, amore.
Ecco perché l'amore è cieco, non resisto all'amore, non ne posso fare a meno e, per rovescio della medaglia, così come mi fa sentire in alto, da un momento all'altro mi trascina verso il basso, mi fa disperare.

Dov'è la mia tranquillità interiore? Di cosa è fatta?
Sto costruendo, nel tempo, un rapporto nuovo, sereno, che mi piace. Ma lo voglio costruire in modo libero. Non deve essere l'ago della mia bilancia.
Non deve prendermi il mal di stomaco, se il partner si dimentica di me e non mi dä conferme. Non è la mia mamma.
La mia tranquillità interiore è l'unica cosa che ho di veramente mio. E alla quale devo badare da sola.
E se ora non ce l'ho, me la vado a prendere dentro di me, negando ogni senso alla sofferenza.
Sto soffrendo? Sì. Bene: non ha senso.
Mi sento sola? Sì. Bene: devo andare a prendere le mie energie e riversarle su di me.
Solo così posso continuare a costruire il rapporto con il partner in modo solido e godermi sia gli spazi che condividiamo insieme, sia quelli in solitudine.
Respiro, apprezzo il mio corpo, amo la mia libertà.
Alleno la mia mente ad amare i doni della vita.
Vedo le possibilità, al posto delle catene e delle porte che si chiudono.
Ho paura della fine della relazione? Sì. Bene: lavoro su questa paura. Ritorno ad auto-centrarmi.
Respiro, faccio respirare al mio corpo un'aria più fresca.
Comunico con me stessa in modo pacato.
La mia serenità si riflette nella comunicazione col partner e sono più presente, più aperta.
Sono forte. Sono dolce e decisa.
Che cosa voglio per l'anno nuovo?
Voglio amare la mia libertà, sempre. Armonizzarla con la libertà dell'altro.

Dicembre 2010


"CAMALEONTE" a che pro?

Normalmente la pigmentazione della pelle dei camaleonti tende ad assumere i colori dell’ambiente in cui vive. Ciò rappresenta il più affascinante esempio di adattamento animale all'ambiente. In questa rubrica il camaleonte è l'allegoria della flessibilità della mente umana, che è in grado di utilizzare gli strumenti più svariati di comunicazione.

Probabilmente nata dall'istinto di sopravvivenza, la flessibilità umana ha a sua volta dato vita a miriadi di forme espressive che vanno ben al di là del primitivo istinto. A che pro? È la domanda che farà da guida a tutti gli articoli di questa rubrica, che si occupa di viaggiare nel campo dello "squisitamente umano" e nel mondo delle "possibilità incredibili". La domanda indagatrice è pronta ad afferrare in ogni contesto la direttrice di senso, svelandola al lettore come un prezioso segreto. Ma la ricchezza di questa rubrica è data dalla sua interattività.

Il lettore può inviare una sua breve riflessione (da una frase di due parole a cinque o sei righe) su tutto ciò che nella vita lo colpisce ed a tale riflessione mi aggancerò per dipingere i miei quadri "sferico-camaleontici".
Scrivi direttamente a info@go-italy.ch