18. Mai 2012
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Cultura: "Voglio una vita dedicata"

Marcello VenezianiA colloquio con Marcello Veneziani

Invitato dall' ASRI - Associazione Svizzera per i Rapporti Culturali ed Economici con l'Italia, il noto intellettuale italiano Marcello Veneziani ha tenuto a Zurigo una conferenza durante la quale ha illustrato il suo punto di vista sulle vicende che hanno portato alle dimissioni del governo Berlusconi.

Abbiamo colto l'occasione per incontrarlo e con lui abbiamo chiacchierato del ruolo dell'intellettuale, della cultura, della politica e dell'antipolitica nell'odierna società.

Buongiorno, premetto che non ho alcuna intenzione di parlare di Berlusconi.
Mi fa molto piacere

Con lei vorrei affrontare il tema del ruolo dell'intellettuale nella società di oggi. Lei è uno scrittore, un giornalista, un filosofo; in sintesi: lei è classico esempio dell'intellettuale. Innanzitutto, chi è oggi l'intellettuale?
È il testimone della crisi. Qualche volta ne è il notaio. Colui che certifica l'assenza di prospettive e di fondamenti, testimone di un certo relativismo culturale. Questa è forse anche la ragione del suo declino della sua marginalità. L'intellettuale, certificando la crisi dei valori, dei principi e del pensiero, certifica il proprio fallimento, quanto meno del proprio isolamento.

Il che presume che non abbia più un ruolo bene definito?
Credo che il suo ruolo prescinda oggi dal fatto che generalmente sia un autore e quindi utilizzi un certo potere mediatico, In quanto la sua capacità di influenza è molto diminuita. Non fa gruppo: non c'è più l'intellettuale collettivo, è latitante quello che un tempo veniva definito l'intellettuale organico. Ci sono in circolazione dei piccoli clan, dei branchi, delle sette.

C'e in tutto questo, che suona come un decadimento, una responsabilità da attribuire alle nuove tecnologie, all'avvento del web, che in qualche modo tutto omogeneizza?
Specificamente no. Da un punto di vista, come dire, filosofico: sì. Nel senso che il primato della tecnica marginalizza il pensatore. Se quel che conta è la tecnica, se vogliamo il mercato, nella sua applicazione in termini economici, se quello è il nostro orizzonte, chi pensa, chi suscita dubbi, ipotizza percorsi, non si addice a procedure che devono essere immediate, il più possibile veloci. I singoli mezzi, paradossalmente, credo che possano essere utili all'intellettuale: favoriscono la circolazione del suo pensiero, lo connettono ad altri e alla reale situazione.

Lei è considerato un intellettuale di destra. Destra e sinistra: sono categorie che hanno ancora ragione di esistere oggi?
No. Credo che siano entrambe morte nel Novecento. Esiste comunque la necessità di distinguere sensibilità culturali diverse, ma, d'altra parte, si avverte l'inadeguatezza di queste due categorie, che però hanno lasciato una scia di rancori. Non ci sono più i contenuti che le distinguevano, ma c'è il livore che le contrappone. C'è ancora un odio, un disprezzo, un'emarginazione per chi non fa parte delle vulgate dominanti, che quasi sempre rientrano nella cosiddetta egemonia culturale della sinistra. Di conseguenza c'è ancora questa differenziazione.

Lei accennava alla marginalizzazione dell'intellettuale. Può essere una delle ragioni che spiega come la cultura si veda relegata ad un ruolo consolatorio?
Sì, anche se non credo che sia la cultura ad incidere meno. È proprio l'intellettuale che non conta più. La cultura quando non è collegata ad un percorso teorico e diventa modi di essere, modi si sentire, ha incidenza anche notevole: sui gusti, sui disgusti. Non sarei così negativo sul ruolo della cultura. Noto, invece, e mi ripeto, che è l'intellettuale che intercetta poco. Oggi gli orientamenti sono dettati da personaggi che intellettuali non sono, ma hanno magari particolari capacità creative, sanno stare sulla scena mediatica, insomma svolgono un ruolo culturale pur non essendo propriamente intellettuali. Steve Jobs non era un intellettuale: difficile dire che non abbia avuto una sua incidenza culturale.

Ha accennato al primato della tecnica. Eppure oggi tutti i discorsi sono infarciti del primato della politica, mentre la percezione che se ne ha è che si punti al primato della partitica.
La politica inscena il potere, ma non lo gestisce. Ci sono dei percorsi della politica che sono obbligati. Se noi pensiamo ai Paesi dell'Unione, che devono recepire le direttive europee per poter governare, e contemporaneamente pensiamo al ruolo che hanno gli "eurocrati", ad esempio nelle vicende di questi mesi, abbiamo la sensazione che la politica altro non sia che una sgargiante raffigurazione del potere. Dà l'idea di governare, ma nei fatti sottosta a direttive, interessi e decisioni che sono prese altrove.

La tendenza, sempre più marcata, a contrapporre partiti, non ha come conseguenza quella di creare non più un cittadino elettore, ma un cittadino tifoso? In fin dei conti, l'obiettivo non è governare bene, ma vincere le elezioni.
È un fenomeno connaturato ai sistemi politici in generale e a quello italiano in particolare. Noi, dall'avvento della Repubblica abbiamo sempre avuto i partiti come la vera patria del Paese. In questi 60 anni, l'italianità non è stata sentita come un fatto politico, ma come un elemento culturale, di costume, di indole. Politicamente c'erano già le contrapposizioni: fra comunisti e democristiani soprattutto. Oggi l'odio fra fazioni contrapposte ha fatto un salto ulteriore, perché da odio ideologico si è trasformato in odio ad personam. Questo ha determinato un deterioramento, ci ha fatto diventare, come dice lei, ancora più tifosi.

Lei è un uomo del Sud. Al Sud ha dedicato anche un suo libro. Oggi, mentre si festeggiano 150 anni della sua unità, l'Italia è una o bina?
Io credo che esista un'italianità sommersa, ma tenace. Che resiste a tutto. Ce la sentiamo addosso. Quello che non esiste o quanto meno da tempo è logoratissimo è il rapporto fra gli italiani, il sistema Italia e lo Stato. Al Sud lo è ancora di più. Hanno visto nell'Unione europea una possibile fuoriuscita, una sorta di salvacondotto per espatriare mentalmente. Però, se pensiamo alla cultura, all'indole, alla mentalità permane un italianità che ci accomuna tutti.

Lei, in controtendenza con quanto oggi si va ripetendo a proposito dei "bamboccioni" che rimangono in casa fin'oltre i 30 anni, denuncia che al Sud è in atto una vera e propria fuga dei giovani dalla famiglia.
È vero, sta avvenendo questo e devo dire in proporzioni massicce. È una delle cause dello sgretolamento di uno dei capisaldi della cultura meridionale: la famiglia. Una fuga che è dettata da ragioni di lavoro. Pertanto una ragione virtuosa che sta svuotando il Sud, le sue province i suoi paesi, e sta di fatto indebolendo il tessuto sociale.

In questo distacco fra istituzioni e cittadini, che lei individua come distintivo della storia del nostro Paese, l'antipolitica è un fenomeno autentico oppure un prodotto mediatico?
È un fenomeno vero. È l'indole che oggi prevale. Che, a sua volta, ha anche i tratti di una politicizzazione, perché infondo l'antipolitica rimane sul terreno della politica, rappresentando un modo di opporsi. L'indignazione e la protesta sono atti politici. L'antipolitica in realtà è parte integrante della politica. Viaggia a corrente alternata: a dei momenti acuti seguono momenti in cui si assopisce. In ogni caso, è l'espressione di un forte disagio.

In un clima in cui sembra prevalere il pessimismo lei ha scritto un libro che s'intitola Vivere non basta, da cui emerge un messaggio di speranza.
Sì, è un messaggio di prospettiva. Nel senso che non possiamo considerare che la nostra vita abbia come scopo la vita stessa. Dobbiamo dedicarla: a qualcosa, a qualcuno; dobbiamo costruire. Se consideriamo questo come una forma di operoso ottimismo, allora il mio è anche un libro che possiamo definire ottimista. Certo, parte dalla constatazione, questa pessimista ed oggi prevalente, che basta vivere: più a lungo possibile, meglio possibile, senza altri fini particolari. Io penso che compito di scrive e di chi pensa sia quello di suscitare un'educazione alla vita e alla morte. La vita è uno straordinario mezzo e non un fine. Dobbiamo stabilire che cosa ne facciamo, come lo utilizziamo.

Una vita dedicata, con un progetto.
Esattamente. Una vita per essere tale deve avere un progetto, una proiezione, un credo, una devozione; la voglia di costruire di realizzare. Deve essere proiettata fuori di sé. Altrimenti si avvita nel circuito delle proprie emozioni, della sua durata biologica, nello sprigionamento delle proprie energie. Insomma, diventa una vita senza senso.

Su questi concetti lei ha animato una polemica con Vasco Rossi.
Sì, è successo un fatto curioso. Il mio libro, Vivere non basta è uscito lo stesso giorno del nuovo album di Vasco Rossi Vivere o niente. Le due cose si sono intrecciate. Ho avviato questa polemica, perché vedevo in lui, nelle sue canzoni, nel suo modo di essere l'esatta antitesi di quello che io sostenevo nel libro.

Lui è il teorico del "vado al massimo", della "vita spericolata". Lei sostiene anche che la vera trasgressione sia la tradizione.
Sì, un recupero, ma su basi nuove. Non si tratta di un ritorno al passato, ma quando si costruisce tutto sulla trasgressione e in pratica si demolisce tutto, diventa più scandaloso difendere una realtà che si ritiene destrutturata, che può essere il senso della famiglia, della comunità, il senso religioso, piuttosto che accodarsi al trend e continuare a demolire, picconare, distruggere. In questo senso, oggi il linguaggio della tradizione è il linguaggio della trasgressione. Un linguaggio che chieda di connettersi al passato e al futuro, anziché vivere soltanto pienamente il presente, è trasgressivo. La tradizione non ha solo un legame di recupero con ciò che resta del passato, ma anche di apertura verso ciò che arriverà e di proiezione verso i progetti del futuro.

Quali sono i valori in cui lei crede?
I valori discendono sempre dalla concezione della vita. Io dico sempre che bisogna fare una scelta di fondo fra l'essere o il niente. Che significa scegliere fra il considerare la vita con un senso, con un destino, con un progetto o, viceversa, limitarsi a spenderla, perché tutto è caotico, casuale. Partendo da questa idea, i valori che ne derivano sono legati, ad esempio, alla tradizione; alla continuità di connessione; al sentire comunitario come un orizzonte proprio, perché non possiamo pensare di vivere e morire individualmente; al legame con le proprie origini, con le proprie radici, che è un fondamento, un riferimento per dare un ruolo alla nostra vita. Potrei continuare elencando tutto quello che ci avvicina all'essere e ci allontana dal niente.

Sotto la sua lente come vede il futuro?
La tendenza più immediata è quella di disperare. Credo, però, che alla fine la condizione umana insorga: le pulsioni elementari, i bisogni spirituali emergano e finché c'è umanità c'è speranza. Quando all'uomo subentrerà il postumano, allora parleremo d'altro, ma finché c'è l'uomo restano anche i suoi bisogni naturali. La nostalgia delle origini, il senso del sacro, o quella che Kant chiamava l'attesa ponderata del futuro sono cose che attengono alla condizione umana. Quando avremo cancellato tutto questo, avremo cancellato l'uomo.

Non crede che siamo sulla buona strada per riuscirci?
Il rischio c'è ed è alto, ma credo che valga la pena agire, affinché non si concretizzi.

Giangi Cretti